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Tabula Summa - Contemporary Organ Music
Organista: Ivan Ronda
Organi: Duomo di Chiari
Chiesa dei SS. Tommaso e Andrea Apostoli di Pontevico
Da Vinci Classics - CD - DDD - C00264 - 2019

di Federico Borsari

 Disco Ivan Ronda E' sempre piacevole apprendere novità discografiche che si rivolgono al repertorio contemporaneo e, ancora di più, quando tale repertorio riguarda autori italiani. Per questi due motivi abbiamo apprezzato particolarmente questo disco, che comprende cinque autori che attualmente rappresentano la produzione organistica contemporanea italiana e che sono ormai conosciuti e ben apprezzati a livello internazionale.
Nei venticinque ormai quasi compiuti anni di presenza di queste pagine sulla Grande Rete abbiamo già più volte trattato produzioni discografiche dedicate ad autori italiani contemporanei ed in questo disco ritroviamo alcuni autori di cui abbiamo già parlato anche ampiamente e di cui abbiamo apprezzato l'attività compositiva, talora di assai differente ispirazione e tipologia, che ci conferma che la scuola organistica italiana, nonostante le numerose difficoltà dovute al generale calo di livello tecnico, stilistico, formale e qualitativo rispetto a quella di un secolo fa, mantiene sempre un profilo di ottimo livello e presenta diversi e molteplici spunti di ricerca ad approfondimento che la rendono assai interessante.
In questo disco, Ivan Ronda ci propone dodici brani di cinque autori stilisticamente assai differenti tra di loro: Carlotta Ferrari (di cui ascoltiamo la "Toccata Gotica", "Organ on Rag" e la "Toccata, Corale e Fuga sopra Fra Martino"), Roberto Bacchini ("Gesù caro amico - Cantabile n. 1", Signore ascolta il tuo popolo - Cantabile n. 2" e "Toccata Brevis"), Stefano Bertuletti (con il "Prelude-Toccata su Lobe den Herren" e la Berceuse"), Grimoaldo Macchia ("Stille Nacht Suite" e "Rapsodia Tzigana on La Campanella" da Paganini-Liszt) e Marco Lo Muscio, di cui ascoltiamo "Prelude in memory of Ravel" e le "Gothic Dances", che chiudono il cerchio riallacciandosi alla Toccata Gotica d'apertura della Ferrari.
Nei brani della Ferrari troviamo, come avevamo già sottolineato in passato, una scrittura asciutta, secca, oltremodo razionale e basilarmente minimale ed anche in questo caso, se da una parte questo linguaggio oltremodo "sintetico" dimostra una sua accattivante singolarità, non possiamo che rimarcare come questa tecnica compositiva "essenziale", se non accuratissimamente calibrata, si esponga al rischio di essere scambiata per "povertà" formale.
I "cantabili" di Bacchini denotano un'ottima inventiva sotto il punto di vista melodico ed una spiccata tendenza ad una costruzione formale che prende ampi spunti dalla tecnica del Preludio-Corale classico, di cui l'autore dimostra una buona padronanza e che arricchisce con diversi spunti armonici di ottimo interesse. La "Toccata Brevis" si rivela un brano progettualmente interessante ma, a nostro parere, ancora troppo ancorato a modalità di sviluppo di carattere "scolastico", cosa che rende questo brano troppo "prevedibile" e che, in definitiva, ne penalizza le tante potenzialità intrinseche che, a nostro parere, avrebbero potuto essere elaborate e sviluppate molto più ampiamente e compiutamente.
Con i brani di Bertuletti entriamo in una diversa ottica, decisamente più ricca di spunti "contemporanei" (o, se vogliamo, "moderni"). Il Preludio-Toccata su "Lobe den Herren" dimostra un'ottima conoscenza delle tecniche compositive proprie della scuola germanica novecentesca, in cui il connubio tra il "classico" (qui rappresentato dal tema del corale) ed il moderno si esplica in uno sviluppo episodico che presenta diversi ed assai accattivanti "strappi" formali, tematici, armonici, ritmici che, anche grazie alle frequenti antitesi sonore ed al sapiente inserimento di tratti virtuosistici, rendono questa composizione molto interessante. La Berceuse, il cui andamento calmo e "rilassato" nasconde una ricerca armonica a tratti abbastanza sofisticata (quasi "alla francese") unita ad un'espressività melodica molto "calda" che in alcuni spunti riprende stilemi cari alla musica organistica italiana del Primo Novecento, si rivela come una pagina musicale di ottima gradevolezza.
Di Grimoaldo Macchia abbiamo già parlato ampiamente in passato ed abbiamo sempre sottolineato come uno dei suoi punti di forza consista nella perfetta conoscenza e padronanza di tutti i generi musicali, di cui è maestro nel trarre le caratteristiche più espressive per realizzare brani che non indulgono quasi mai alla banalità. Se a questo si aggiunge una perfetta padronanza del mezzo meccanico (l'organo) ed una costante ricerca di novità sia nell'ambito formale che espressivo, non possiamo che gradire molto brani come la "Stille Nacht Suite" e lo studio su "La Campanella" (entrambi strutturati come variazioni sul tema), che ad un'oggettiva difficoltà esecutiva affiancano una grande dinamicità, una spiccata propensione all'impatto sonoro ed un utilizzo (di grande "mestiere") della tecnica virtuosistica.
Anche di Marco Lo Muscio abbiamo ampiamente parlato in passato. Cresciuto musicalmente a pane, organo e prog-rock ed organisticamente alla grande scuola di J.E.Goettsche, egli è forse uno dei pochi musicisti che dimostra una poliedricità che va oltre all'aspetto puramente organistico per percorrere strade nuove senza mai perdere di vista una "classicità" che egli riesce a rivisitare e riprendere tramite linguaggi propri della musica "progressive". Il panorama musicale di Lo Muscio è amplissimo ed oltre all'organo comprende anche il pianoforte, di cui è ottimo interprete; potete avere un esteso esempio di questo suo grande pregio ascoltando gli oltre duecento video che egli ha fatto (e continua a fare) da quando è iniziata l'emergenza Covid e che trovate sul suo canale Youtube sotto il titolo "Musical Gems at Home". Le due composizioni presentate in questo disco ne rappresentano molto bene e compiutamente lo stile compositivo, che ad una scrittura essenziale ma mai scarna affianca una creatività ed un'ispirazione del tutto particolare.
Ivan Ronda -anche di lui abbiamo già trattato in passato su queste pagine- si rivela un ottimo organista che sa "interpretare", cioè cogliere molto bene le caratteristiche che stanno "dietro" ai brani che presenta. Molto "tecnico", con spunti di virtuosismo sempre molto ben controllato, capace di cogliere l'essenza musicale di opere anche apparentemente "povere", in quest'incisione egli riesce a sottolineare le diverse peculiarità dei vari autori ed a proporcele con grande eleganza, tecnica raffinata e grande partecipazione. Notevole e, a nostro parere, ottima la scelta degli strumenti da lui utilizzati per l'incisione di queste musiche, scelta che dimostra la sua accuratezza nel volerle proporre nel migliore dei modi possibile.
Il primo strumento è quello realizzato nel 1938 da Balbiani-Vegezzi Bossi per il Duomo di Chiari, in provincia di Brescia. Si tratta di uno strumento di medie dimensioni che rispecchia molto bene le caratteristiche dell'estetica organaria (ed organistica) di quell'epoca. Restaurato nel 2015 da Chiminelli dopo un lungo periodo di inattività, esso presenta una tavolozza timbrica che al Grande Organo può vantare ben quattro Principali (uno di 16 piedi, due di otto piedi -primo e secondo- ed un Diapason, sempre di 8 piedi) sui quali si basa una struttura fonica di eccezionale robustezza e compattezza che comprende, sempre al G.O, ben otto registri (su un totale di tredici) di otto piedi, un corposissimo Ripieno di otto file, due belle Trombe di 16 ed 8 piedi ma che, curiosamente, non presenta neppure un Flauto. Alla seconda tastiera troviamo invece le voci "caratteristiche", tra cui un gradevolissimo Concerto Viole, due bei Flauti (8 e 4), due spiccate ancie solistiche (Oboe e Clarino), un bel Ripieno di 5 file e la Voce Corale. Il pedale è anch'esso robustissimo e conta ben nove registri tra cui anche un Acustico di 32 piedi. Il tutto per un totale di 32 registri nominali (44 reali) disposti su due tastiere e pedaliera con trasmissione elettropneumatica. I corpi d'organo sono due posti ai lati del Presbiterio ed anche le consolles sono due, una originale (anch'essa perfettamente restaurata) ed una mobile di nuova costruzione.
Il secondo organo è invece il Mascioni 2009 della chiesa dei SS.Tommaso ed Andrea Apostoli di Pontevico, che già abbiamo trattato in occasione di precedenti recensioni e che per le sue caratteristiche fonico-timbriche molto complete viene spesso utilizzato i per incisioni discografiche di grande pregio. Tre tastiere e pedaliera, 42 registri nominali (50 reali), esso presenta una struttura fonica che riprende integralmente la suddivisione in file singole dei Ripieni al Positivo e parzialmente al Grande Organo mentre all'Espressivo sono sistemate tutte le voci "orchestrali" e solistiche. Molto consistente il pedale, che presenta, oltre al resto, quattro robuste ancie (due di 16 piedi, una di otto ed una di quattro). La trasmissione è mista meccanica-elettrica.
Ivan Ronda suddivide, molto appropriatamente, il repertorio del disco tra questi due strumenti sulla base delle caratteristiche dei vari brani, riuscendo così a farci apprezzare in un intelligente connubio sia gli aspetti più interessanti del repertorio che i pregi di due strumenti veramente belli e caratterizzanti dell'organaria italiana.
Le registrazioni sono state effettuate nei mesi di Aprile (a Chiari) e Giugno (a Pontevico) 2019. Alla consolle di registrazione l'ormai "mitico" Federico Savio, che con le sonorità di questi due strumenti "ci va a nozze" con una presa di suono bella, corposa ed oltremodo gradevole, che coglie alla perfezione tutte le sfumature timbrico-foniche dei due organi e ce le restituisce in tutta la loro bellezza e pienezza. A cura dello stesso Savio anche mixing, editing e postproduzione, come sempre di ottimo livello.
Qualche perplessità sul libretto a corredo, di sole otto pagine (comprese le copertine) abbastanza esaustivo per ciò che riguarda l'analisi del repertorio e degli autori ma, oggettivamente, un po' povero riguardo agli strumenti utilizzati, con ridottissimo contributo iconografico (e, tra l'altro, l'immagine di copertina -anche se suggestiva- non c'entra nulla con il disco perchè rappresenta il Ruffatti 2007 della Chiesa del Santo Volto di Torino). Testi ben curati ed abbastanza completi ma -purtroppo- solo in lingua Inglese. Ci ripetiamo anche questa volta: organi italiani, autori italiani, musiche italiane, organista italiano e... testi in Inglese. Comprendiamo le linee editoriali di alcune case discografiche che si rivolgono al mercato internazionale e la Da Vinci Publishing, con la sua sede ad Osaka, in Giappone, è una di queste. Il fatto, però, che lo staff di questa casa editrice sia composto interamente da musicisti e musicologi italiani ci faceva sperare -almeno- in un booklet bilingue. Pazienza, sarà per un'altra volta.
A parte questo, in conclusione: ottimo disco, repertorio a tratti molto interessante, ottima performance organistica e strumenti di alto valore sia storico che musicale. Acquistatelo, ascoltatelo e sicuramente vi piacerà.


G.M.Zandonati e F.Ferrari - Opere Organistiche
Organista: Giancarlo Parodi
Organo: Chiesa Parrocchiale di Lorenzago di Cadore
Associazione Organi Storici in Cadore - CD - DDD - 2020

di Federico Borsari

 Disco Giancarlo Parodi Giancarlo Parodi is back!... ed è tornato con un disco davvero bello ed interessante, dedicato alle musiche di due autori finora poco noti al grande pubblico, due autori che rappresentano alla perfezione la musica organistica (ma non solo) di un particolare periodo (compreso tra l'inizio e la seconda metà dell'Ottocento) in una particolare zona di quel territorio nordorientale della nostra penisola in cui molto spiccate erano le influenze mitteleuropee (in particolare viennesi) che, a partire da Mozart, caratterizzarono per molti decenni la produzione musicale con caratteristiche di spiccata eleganza e grande espressività musicale.
Il centro "territoriale" di questo disco è la cittadina di Rovereto, in Trentino, ed i musicisti rappresentati in quest'incisione furono, uno dopo l'altro, entrambi organisti e kapellmeister presso la chiesa di S.Marco di quella città.
Bisogna dire che ai tempi in cui vissero ed operarono Giovanni Maria Zandonati e Francesco Ferrari (questi sono i due musicisti di cui ascoltiamo le musiche nel disco) Rovereto era appena passata (o, nel caso di Zandonati, stava passando) all'Austria (1815, in seguito alla "spartizione" dell'Europa stabilita dal Congresso di Vienna) e, specificatamente, era compresa nella Contea del Tirolo, a cui apparterrà per oltre un secolo fino alla fine del Primo Conflitto Mondiale. E' quindi ovvio e naturale che l'atmosfera musicale che vi si respirava fosse ben permeata dagli influssi stilistici, estetici ed artistici che provenivano dalla capitale Vienna e, altrettanto ovviamente, che la figura di riferimento fosse Mozart, di cui Zandonati era quasi coetaneo (nacque infatti due anni prima del Genio di Salisburgo). Quando il giovane Zandonati, appena quindicenne, nel 1769 venne nominato organista "sostituto" a Rovereto, Mozart era all'apice della sua notorietà ed aveva appena iniziato uno dei suoi "viaggi musicali" in Italia (o, per meglio dire, nella penisola italica) che lo portò, nel Dicembre di quell'anno 1769, anche a Rovereto. Non sappiamo se in quell'occasione Zandonati e Mozart (che, è noto, quando arrivava in una città per prima cosa correva a provare l'organo della chiesa) ebbero opportunità di incontrarsi; sta di fatto che l'estetica musicale mozartiana caratterizza tutta la produzione musicale di Zandonati, a cui sono attribuite oltre trecento composizioni, tutte di carattere "religioso" (egli era un sacerdote), ad oggi quasi tutte ancora manoscritte.
Il discorso per Francesco Ferrari, erede e successore di Zandonati, si fa leggermente diverso poichè sulla sua produzione si stendono le ombre di quell'orchestralizzazione dell'organo che nella stessa epoca in altre regioni, anche vicine, della penisola stavano cambiando le regole del gioco. L'influsso dello stile orchestrale-bandistico è ben presente nelle opere di Ferrari, in cui egli esprime una maggiore libertà stilistica ed una "voglia" di superare lo stile liturgico assai misurato del suo predecessore per aprirsi alle "novità" musicali che, ad esempio, nella vicina Lombardia avevano ormai preso piede. E fu probabilmente questo suo "adeguarsi" alle mode del tempo che gli permisero, a differenza di Zandonati, di veder pubblicate alcune sue composizioni da Ricordi. Bisogna comunque sottolineare che il suo stile organistico, pur adottando ampiamente le formule stilistiche della musica organistica "orchestrale" dell'epoca, denota sempre una fondamentale caratteristica di composta eleganza derivante anch'essa dalla scuola "Viennese" di cui era figlio e nipote. Ferrari, inoltre, fu anche molto apprezzato come collaudatore di organi, attività che esplicò in occasione di diverse inaugurazioni di nuovi organi in Trentino.
Giancarlo Parodi aveva già presentato alcuni brani di Zandonati e Ferrari in una sua precedente incisione dedicata alla Tradizione Organistica Trentina (QUI trovate la recensione) ma è in questo disco che questi due autori vengono presentati perfettamente inquadrati sia storiograficamente che musicalmente.
Di Zandonati possiamo ascoltare sette brani, l' "Andante", la "Sonata per Organo", la "Pastorale", un "Largo assai", il "Capriccio", un altro "Andante" ed, infine, un "Allegro". Di Ferrari, invece, Parodi ci presenta l'integrale delle "Sette Sonate per Organo", che sono tuttora conservate manoscritte presso la Biblioteca Comunale di Trento e di cui quest'interpretazione rappresenta la prima incisione integrale. Lo stile di queste sonate è abbastanza vario e presenta una molteplicità di sviluppi formali che vanno a quasi a "reinventare" le particolarità dell'organaria veneta per renderla più aderente all'estetica di quel tempo ma senza mai tradirne la specificità. In queste Sonate troviamo temi semplici ma di grande liricità svolti nell'ambito di un'eleganza formale assai raffinata, accompagnamenti sempre caratterizzati da una misurata sobrietà ed un grande equilibrio stiistico, che fanno di questa raccolta un piccolo gioiello.
La scelta dell'organo per quest'incisine è stata, dobbiamo sottolinearlo, molto appropriata, poichè è proprio su questo tipo di strumenti che Zandonati e Ferrari esplicarono la loro carriera musicale. Si tratta di un organo realizzato da Comelli negli anni tra il 1790 ed il 1796 che rispecchia molto fedelmente gli stilemi organari della Scuola Organaria Veneta di quell'epoca e che, nella sua "piccolezza", racchiude tutta l'essenza dell'organaria italiana classica e che si distacca molto dalle caratteristiche "orchestrali" degli organi che, ad esempio, Serassi stava iniziando a realizzare nell'attigua Lombardia e che diventeranno nei decenni seguenti vere e proprie "macchine da musica". Qui, come in tutti gli organi della scuola veneta, non troviamo trombe e tromboni, clarini e clarinetti, viole e violini, bombarde e bombardini; troviamo, invece, le radici dell'organaria classica italiana, cioè una bella e solida piramide del Ripieno che, su una base di Principale 8, si sviluppa fino alla Trigesimasesta, solo due flauti (in Ottava e in Duodecima), il classicissimo Cornetto e, come ancia "storica" veneta, gli immancabili Tromboncini, che -come gli esperti ben sanno- non fanno parte della famiglia delle Trombe, bensì di quella dei Regali. Contrabbassi e Ottave, rinforzati da una Duodecima di Contrabbasso, ed i Tromboni completano al pedale la tavolozza timbrica di questo piccolo -e raro- gioiello.
Qualcuno potrà obiettare che le musiche di questo disco, soprattutto le Sonate di Ferrari, avrebbero potuto essere realizzate "meglio" e con più completezza timbrica su di uno strumento "orchestrale" e, sicuramente, molti organisti lo farebbero per sottolinerare alcune particolarità stilistiche che, a prima vista, sembrerebbero scritte appositamente per un grande organo serassiano. Giancarlo Parodi, da "grande vecchio" dell'organo italiano, non cade nel tranello poichè, in effetti, queste composizioni -pur essendone contemporanee e presentandone alcuni stilemi caratteristici- non fanno parte della musica "orchestrale" bensì, molto più propriamente, di quel particolare stile di musica che i critici denominano "stile galante" e che fa della semplicità della forma, della ricercatezza delle melodie e dell'eleganza stilistica i suoi punti di forza. Queste caratteristiche, che sono molto presenti nelle opere di Zandonati, servono come "base" anche per le composizioni di Ferrari (che ne fu diretto successore) e, bisogna dire, l'organo di Lorenzago si rivela assolutamente perfetto per sottolinearle nel modo più completo ed elegante possibile.
Sull'arte interpretativa di Parodi, ovviamente, non possiamo che dire tutto il bene possibile. Certo, sono passati i tempi in cui il Nostro si cimentava in performances concertistiche che spaziavano da Bach a Reger ed effettuavano massicce incursioni anche nel repertorio contemporaneo lasciando letteralmente a bocca a perta gli ascoltatori (noi compresi). Il Giancarlo Parodi di oggi, più di ottant'anni portati con eleganza e disinvoltura, si dimostra, più ancora che splendido organista, un musicista "vero", che ha passato mezzo secolo della sua vita non solo a "suonare" (come invece purtroppo hanno fatto e continuano a fare molti suoi anche illustri colleghi) ma, soprattutto, ad "imparare", ad approfondire, a ricercare e "scoprire" sempre musiche, autori e scenari nuovi, accumulando una "sapienza" musicale che egli continua a mettere a nostra disposizione con l'atteggiamento del vero musicista e del divulgatore. E se pensiamo che, per il prossimo futuro, egli ha già "in cantiere" la realizzazione di altri tre o quattro dischi, non possiamo che augurargli una lunghissima vita poichè l'organo italiano (ma non solo) ha bisogno -oggi più che mai- di personaggi come lui.
Le registrazioni sono state effettuate nel mese di Agosto 2019 e la presa di suono, effettuata da Giuseppe Patuelli (che ha anche curato l'editing e la post-produzione) è veramente ottima e di grande "pulizia" poichè riesce a "catturare" perfettamente e con particolare equilibrio tutte le sfumature timbrico-foniche dei registri di questo organo che, se non ne conoscessimo la "spartana" disposizione fonica, ci sembrerebbe ben più "corposo" di quanto in effetti è. Ottimo anche l' "ambiente" e la corposità degli insiemi che non vanno mai a penalizzare un risultato fonico finale di grande presenza ed incisività.
Molto gradevole ed elegante la veste grafica, che propone anche un "booklet" molto raffinato, con interessanti ed approfonditi testi (interamente in lingua italiana, finalmente!) di Paolo Delama e Renzo Bortolot corredati da essenziali ma completi corredi iconografici. Molto significativa è, infine, la dedica che Giancarlo Parodi ha voluto esprimere a quattro amici sacerdoti con cui ha condiviso una pluridecennale amicizia: Terenzio Zardini, Osvaldo Bortolot, Tullio Stefani e Sergio De Martin.
In un panorama discografico organistico che, attualmente, si ritrova abbastanza ricco di produzioni ma, oggettivamente, altrettanto povero di contenuti di un certo spessore musicale, quest'ultima fatica del Giancarlo Nazionale si pone di diritto nel numero delle realizzazioni che vanno oltre alla pura "presentazione" di un certo tipo di repertorio. Questo non è il primo -nè l'ultimo- disco che va a pescare nel grande oceano musicale degli autori "minori" (ne abbiamo recensiti diversi anche recentemente) ma il calibro dell'interprete e la sua capacità di presentarci queste composizioni nella loro cornice (storica, musicale e stilistica) più autentica e genuina ne fanno un prodotto discografico che ci sentiamo di consigliare senza riserve a tutti. E tutti vi troveranno ampi motivi di soddisfazione.


Gli 11 Preludi-Corali per organo di J.Brahms
Autore: Sandro Carnelos
Edizioni Armelin Musica - Padova - Manuali 159 - 2020

di Federico Borsari

 Brahms - Carnelos I Corali di Brahms per organo sono brani che quasi mai si possono ascoltare in esecuzioni pubbliche poichè non sono considerati "brani da concerto" e quando vengono inseriti nei programmi di sala, quasi sempre servono da "cuscinetto" tra brani di ben maggiore impatto sonoro ed emozionale. Questo è un grande torto che si fa sia a queste composizioni che all'autore, poichè questi undici corali vanno ben al di là della loro concezione formale ed della loro musicalità. In effetti questi brani racchiudono una profonda ispirazione che supera il linguaggio strettamente musicale per proiettarsi verso una sfera molto più spirituale o, se vogliamo, metafisica.
La critica musicale ha sempre definito questa raccolta di corali come il "testamento musicale" di Brahms, poichè essi furono le ultime opere da lui composte durante l'estate del 1896, trascorsa -come sempre- a Bad Ischl nella sua casa (ancora esistente) all'indirizzo di Salzburgerstrasse (ora Vorsteherweg) 51.
Le due caratteristiche più significative di questi corali sono che l'autore li compose tutti in pochi mesi (cosa assai insolita per lui poichè, notoriamente, Brahms era assai lento nello scrivere), e che volle comporle per l'organo, uno strumento che egli aveva apprezzato moltissimo in gioventù (quarant'anni prima) ma che aveva poi abbandonato per aprirsi ad orizzonti ben più ampi e significativi.
In effetti, Brahms si era "appassionato" all'organo nel 1850 e, come risulta dalle testimonianze del tempo, si era dedicato allo studio di questo strumento con una dedizione assoluta anche se lui stesso lo definiva come "difficile da padroneggiare". Incoraggiato da Schumann, aveva "preso confidenza" con la musica contrappuntistica del passato e ne aveva iniziato lo studio. Ed è a questo periodo (1856-1857) che risalgono alcune composizioni per organo che egli realizza dapprima in uno stile che richiama da vicino i grandi barocchi tedeschi per poi raggiungere un perfetto equilibrio formale in cui il severo contrappunto viene preso come base per una scrittura molto più brahmsiana, ricca di poesia e di espressività. Dal 1857 trascorrono poi quasi quarant'anni prima che egli "riprenda in mano" l'organo per, appunto, lasciarci gli Undici Corali che, però, si distaccano nettamente dalla produzione precedente, quasi come se a comporli fosse stato un altro musicista.
Abbiamo recensito in passato una bella integrale organistica brahmsiana, interpretata da Roberto Marini al grande Mascioni di Pontevico (recensione che trovate QUI), nella quale abbiamo analizzato ampiamente i due periodi "organistici" di questo autore. Oggi, qui, ci dedichiamo all'edizione critica che Sandro Carnelos ha fatto degli Undici Corali.
Sapppiamo che la prima esecuzione "pubblica" integrale di questi Corali la fece lo stesso Brahms a Bad Ischl, per pochi amici, la sera del 24 Giugno (suo onomastico), così come sappiamo che la sua prima intenzione era di proseguirne la serie con altri che, però, non furono mai scritti poichè pochi mesi dopo lo stesso Brahms espresse la volontà di non proseguire l'opera e, anzi, diede disposizione verbale che quei corali non venissero pubblicati. Per sua sfortuna (e nostra fortuna) nel suo testamento aveva scritto che tutti gli inediti che si fossero trovati in casa alla sua morte avrebbero dovuto essere consegnati a Nikolaus Simrock, l'editore della sua musica. E Simrock, ovviamente, li pubblicò postumi nel 1902 (per la cronaca, le prima esecuzione pubblica avvenne a Berlino il 24 Aprile 1902). Grazie quindi a Simrock, noi oggi abbiamo la possibilità di ascoltare, analizzare e suonare queste bellissime composizioni che, come abbiamo detto, costituiscono molto più che un testamento musicale.
Indubbiamente, uno degli aspetti che più caratterizzano questi brani è un'ispirazione quasi "mistica" che, però, si discosta abbastanza distintamente da quella di altri autori che dalla religione trassero linfa vitale per la loro musica. In effetti Brahms ebbe sempre con la religione un rapporto assai "personale", che affondava le sue radici nel protestantesimo ma che non gli impediva di approcciarsi con una curiosità molto "filosofica" alle problematiche della Fede. Ed è proprio da questo aspetto che prende avvio la trattazione di Sandro Carnelos che, come sempre in ogni sua splendida "lezione", ci presenta alcuni capitoli propedeutici alla perfetta comprensione di tutte le caratteristiche di queste opere.
Nell'ampia introduzione Carnelos ci presenta i diversi aspetti sia della personalità musicale che dell'estetica brahmsiana, descrivendocene la passione per la musica di Bach ed il desiderio, non sempre realizzato, di riuscire a compenetrare il contrappunto classico con le forme romantiche di cui egli già intravedeva i limiti e di cui cercava di proporre un'evoluzione che, per certi versi, si potrebbe anche definire "neoclassica". In questo, Brahms -e con lui Schumann, di cui era molto amico- risulta avere diversi punti in comune con Mendelssohn e, come quest'ultimo era stato per la musica dell'Ottocento, può rivendicare il merito di essere uno dei precursori di quella che sarà poi la musica europea del Novecento. Sicuramente, egli non fu un grande pianista (anche se si esibiva frequentemente in concerto) nè direttore d'orchestra (in effetti fu von Bülow che contribuì decisamente alla diffusione delle opere orchestrali di Brahms); come organista abbiamo già citato la sua "difficoltà" a rapportarsi con lo strumento e, in definitiva, Brahms stesso non era ben sicuro di voler "pubblicizzare" troppo ampiamente le sua musica, preferendo una vita tranquilla vissuta tra Vienna e Bad Ischl e cambiando spesso idea sull'intenzione di far pubblicare o meno le sue composizioni.
il secondo capitolo riguarda, ed è molto importante, la registrazione organistica. In effetti Brahms non annota alcuna indicazione per l'utilizzo dei registri e si limita alle normali indicazioni di dinamica che ogni organista deve interpretare ed attuare a seconda dello strumento che ha a disposizione. All'epoca della scrittura di questi brani in Germania si stava attuando quell'evoluzione organaria che avrebbe poi portato alla costruzione dei grandi organi romantici del Novecento, evoluzione che da una parte vedeva ancora in molte chiese la presenza ed il perfetto funzionamento dei meravigliosi strumenti barocchi dei secoli precedenti e, di contro, l'affermarsi di nuovi strumenti che presentavano timbriche di tipo più spiccatamente "romantico" (solamente mezzo secolo dopo si profilerà all'orizzonte la cosidetta "Orgelbewegung" - Movimento Organistico). Brahms conosceva sicuramente sia le caratteristiche degli uni che degli altri e mentre le sue opere giovanili sembrano prendere le mosse dagli organi classici, i Corali sembrerebbero invece essere scritti per un tipo di strumento coevo al periodo in cui furono elaborati. In ogni caso, in questi brani, oltre a mancare le indicazioni di registrazione, mancano anche le indicazioni di espressione, per cui non sembrerebbe previsto l'utilizzo nè della persiana espressiva nè dello "Schweller". Molto intelligentemente, Carnelos non ne esclude aprioristicamente l'utilizzo ma, ovviamente, l'uso di questi accessori espressivi deve essere molto calibrato e, soprattutto, "intelligente".
Nel terzo capitolo vengono infine descritte le caratteristiche di ognuna delle undici composizioni, con la citazione delle origini sia del testo che della musica e con un'accurata disamina che ne analizza le caratteristiche sia formali che stilistiche.
Dopo una Bibliografia Essenziale, ecco infine le partiture, che Carnelos ci presenta corredate da una diteggiatura che ne consenta un'esecuzione fluida e, per le parti di pedale, di una pedalazione molto sobria.
Quello che si nota in questa raccolta di composizioni è che Brahms rifugge qualsiasi espediente compositivo che possa distogliere dall'essenza "metafisica" del messaggio musicale. Il contrappunto, gli sviluppi tematici, la costruzione formale ed anche quei passaggi che potrebbero far indulgere al virtuosismo sono invece perfettamente funzionali all'espressività ed all'evidenziazione dell'ispirazione religiosa, che è la colonna portante di tutta l'opera e che deve essere ben compresa dall'organista che si accinga allo studio ed all'interpretazione di questi corali.
Sandro Carnelos, che da tempo ormai si è dedicato ad una meritoria -e massiccia- operazione di analisi e riproposizione "ragionata" di grandi opere organistiche del passato, con questo volume aggiunge un importante tassello alla sua ormai estesa collana di "revisioni" e, a nostro modesto parere, questa pubblicazione dedicata agli undici Preludi-Corali di Brahms è davvero meritevole di grande attenzione.
La veste grafica è, come in tutte le realizzazioni della Armelin Musica di Padova, ben curata, di agevole e facile lettura e di ottima comprensione visuale mentre le musiche sono molto ben impaginate, chiare e, soprattutto, di agevole interpretazione ed, anche, assai gradevoli rispetto ad altre edizioni confuse, poco comprensibili ed appesantite di inutili annotazioni esecutive talora avulse dal contesto.
In definitiva, un'ottima iniziativa editoriale che consigliamo molto volentieri sia allo studente che si approcci per la prima volta a queste composizione, sia all'organista che desideri approfondirne in modo più completo ed esaustivo le caratteristiche.


Organ Symphony
Organista: Jonathan Scott
Organo: Ripon Cathedral (UK)
Video - Concerto Online del 20 Marzo 2021

di Federico Borsari

Abbiamo parlato in passato da queste pagine di trascrizioni di opere orchestrali per l'organo ed abbiamo sottolineato come questa arte abbia sempre attratto gli organisti di tutti i tempi e di ogni parte del Mondo. Oggi, sulla scia di quelle trattazioni, abbiamo scelto per i nostri lettori un recentissimo video di notevole importanza che ci dimostra quanto l'arte della trascrizione (o dell'arrangiamento, che ne è un aspetto ancora più "sofisticato") sia tuttora molto ben praticata nel Regno Unito.
Non sprecheremo molte parole per commentare questo video, lasciando ai nostri lettori (in questo caso spettatori ed ascoltatori) il piacere della scoperta. Diremo solo che l'interprete, Jonathan Scott, è uno dei migliori performer di questo speciale tipo di interpretazioni e tutte le trascrizioni che ascolterete -e vedrete- sono opera sua. L'organo è un bellissimo strumento realizzato da Thomas Christopher Lewis nel 1878 (avevamo già trattato questo organaro britannico in occasione di una precedente recensione relativa all'organo della chiesa del Centro Missionario di Sotto il Monte, recensione che trovate QUI) e poi successivamente ampliato ed ammodernato in più riprese (1926, 1963, 1988, 1995, 2000 e 2013) da Harrison & Harrison fino alla consistenza attuale, che offre 59 registri nominali (70 reali).
L'organista, molto noto anche come pianista e come raffinato interprete all'Harmonium, è uno dei migliori interpreti britannici e le sue performances lo hanno portato alla ribalta internazionale anche per le sue notevoli "trascrizioni" (ne ha fatte più di quattrocento) di brani orchestrali. Il lungo periodo di isolamento -tuttora in vigore- dovuto alla pandemia di Covid-19 lo ha costretto ad annullare tutte le performances musicali in presenza di pubblico ma egli ha comunque voluto continuare ad offrire la sua musica tramite una serie di "online concerts" sulla piattaforma multimediale "Youtube". Dal 30 Marzo 2020 ad oggi ne ha pubblicati ventotto, tutti molto belli ed interessanti in cui, ovviamente, le sue trascrizioni sono il punto di forza. E' interessante notare che una decina di questi concerti sono dedicati alla musica per pianoforte a quattro mani oppure alla musica per organo e pianoforte, in cui egli si esibisce in coppia con il fratello Tom, con cui forma abitualmente un duo pianistico-organistico denominato "Scott Brothers Duo". Potete vedere ed ascoltare tutti questi concerti visitando questa pagina.
Il video che presentiamo qui sotto è il ventisettesimo della serie ed è stato pubblicato il 20 Marzo 2021. In questo video possiamo ascoltare alcune delle migliori trascrizioni di Scott. Nell'ordine: il Preludio e la scena "Les Chasseresses" dal Primo Atto del balletto "Sylvia" (1876) di Léo Delibes, il famoso "Intermezzo" da "Cavalleria Rusticana" (1890) di Mascagni e, molto corposa ed interessante, l'intera Sinfonia n. 3 "con Organo", composta nel 1886 da Saint-Saëns e commissionata dalla Royal Philarmonic Society di Londra, dove venne eseguita in prima esecuzione il 19 Maggio dello stesso anno. Buona visione.