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César Franck - L'œuvre intégral pour orgue - Vol. 1
Organista: André Marchal
Organo Chiesa di S. Eustache - Paris
ERATO - Vinile LP - EDO 203 - 1968

di Federico Borsari

 Disco Franck Marchal Come i nostri lettori abituali ormai ben sanno, da qualche tempo nel panorama discografico internazionale hanno fatto la loro ricomparsa i dischi LP in vinile e molte edizioni discografiche del passato che fino a qualche anno fa si potevano trovare sulle bancarelle dei remainders a prezzi irrisori, ora li possiamo ritrovare nei negozi di dischi specializzati a costi quasi proibitivi. Sulla scia di questo ritorno al passato, molte case discografiche hanno recuperato dai loro archivi i vecchi masters e riattivato le vecchie linee di stampa, riproponendo in tutta la loro magnificenza edizioni discografiche di un passato che a causa della travolgente e rapidissima evoluzione tecnologica sembrano risalire alla preistoria della discografia ma che, in definitiva, non hanno più di 40-50 anni.
Questo fenomeno si è verificato, ovviamente, anche nel campo della discografia organistica ed anche noi, ogni tanto, andiamo a rovistare nella nostra discoteca per riproporre qualche "chicca" che, a nostro parere, merita di essere rivista, rivalutata e rivalorizzata. Oggi dedichiamo la nostra retrospettiva ad una delle incisioni discografiche più importanti del secolo scorso: l'integrale delle opere di César Franck interpretate da André Marchal all'organo della chiesa di S.Eustache di Parigi.
Prima di trattare l'argomento, bisogna precisare che il disco di cui parliamo è il primo di una serie di tre LP pubblicati dalla francese Erato nel 1968 e che già allora questi tre dischi erano una ripubblicazione di altrettanti LP apparsi nel 1959 e contenenti registrazioni effettuate l'anno precedente (1958). Ovviamente, l'organo di S.Eustache di quell'epoca era MOLTO differente (anche in termini di suono e caratterisiche fonico-timbriche) da quello che possiamo apprezzare oggi ed è altrettanto ovvio che la qualità delle incisioni, pur se realizzate con le attrezzature migliori esistenti all'epoca, non è certo paragonabile a quella a cui normalmente siamo abituati oggidì. L'importanza di queste incisioni è nella personalità dell'organista, un André Marchal assolutamente maiuscolo, un interprete che ha tracciato ed aperto la strada verso quella che oggi noi comunemente chiamiamo "moderna estetica organistica francese" e che ha fatto da capostipite a tutta una "nuova" generazione di organisti, non solo francesi, oggi universalmente apprezzati e rinomati.
Il repertorio contenuto in questo disco comprende la Fantasia in Do, il Preludio, Fuga e Variazione e la Grande Pièce Symphonique. Non tratteremo qui le caratteristiche formali dei brani (di cui è già stato detto e scritto tutto da tutti); ci soffermeremo soprattutto sull'interpretazione e sulle caratteristiche dell'incisione.
André Marchal, nato non vedente nel 1894, compì gli studi musicali presso l'Institut des Jeunes Aveugles di Parigi, dove fu ammesso all'età di nove anni, ed appartiene (e fu probabilmente il primo) a quella generazione "di mezzo" di organisti che si trovarono a traghettare l'estetica musicale francese dalle teorie ottocentesche a quelle del Novecento ed a confrontarsi con la nascita del "neoclassicismo", che sconvolse fin quasi dalle fondamenta il modo di suonare l'organo. Come contemporaneamente accadeva in Italia con la "Riforma Ceciliana", anche in Francia si andavano a cercare le opere degli autori classici, le si studiavano e se ne approfondivano le pratiche esecutive, mettendo in moto un meccanismo di approfondimento storiografico ed organologico di enorme ampiezza a cui Marchal aderì con molto interesse e che lo portò, nel 1929, ad essere il primo organista francese a proporre in concerto le due messe per organo (complete) di Couperin con una tecnica talmente raffinata e pulita da sembrare quasi cembalistica. Allo stesso modo, egli rivide dalle fondamenta il metodo interpretativo delle musiche organistiche bachiane che aveva appreso in gioventù per aderire ad una visione molto più filologica che lo condusse a diventare uno dei punti di riferimento per i suoi colleghi e per i suoi allievi. Quello che più colpiva gli ascoltatori era la capacità che Marchal aveva di adattare il tocco e la tecnica esecutiva allo strumento che stava suonando ed alla vastità dell'ambiente, facendo in modo che sempre e comunque le polifonie bachiane risultassero ben comprensibili. Rimangono sui giornali dell'epoca entusiastiche recensioni dei suoi concerti dove egli soleva presentare programmi che spaziavano dai classici (Frescobaldi, Buxtehude, Couperin, De Grigny, ecc.) ai romantici, contemporanei ed allievi (Boellmann, Widor, Saint-Saens, Barié, Dupré, Duruflé, ecc.). Abbiamo avuto il piacere di ascoltare "live" un concerto di André Marchal a Roma, presso la Basilica dei SS. XII Apostoli, nel Settembre 1971. In quell'occasione egli, settantasettenne, propose sul grandioso Mascioni 1925-1955 un programma interamente franckiano e quel concerto, bellissimo, rimane ancora oggi tra i nostri migliori ricordi organistici.
Le incisioni discografiche di Marchal sono una trentina e se temporalmente scorrono tra il 1952 ed il 1971 (con alcune riproposizioni negli anni seguenti alla sua morte, avvenuta nel 1980), molte di esse sono pubblicazioni di incisioni effettuate anche precedentemente ed è assai significativo che il primo suo disco, apparso nel 1952 per l'etichetta Lumen, sia interamente dedicato alla musica barocca francese. Una decina di altre sue incisioni sono dedicate a Bach, altri sei dischi presentano anch'essi il repertorio barocco francese, un paio sono dedicati ad autori francesi moderni ed altrettanti sono "compilations" di brani organistici famosi spesso tratti da dischi precedenti. Il resto, a cui appartiene il disco che recensiamo oggi, è dedicato alla musica di César Franck e comprende sia incisioni precedenti che riproposizioni delle stesse appositamente realizzate per mercati esteri (in particolare per gli Stati Uniti d'America, dove Marchal aveva effettuato numerose tournées con grande successo).
Come abbiamo visto, Marchal si è dedicato con molta assiduità alla musica francese classica ma egli è conosciuto soprattutto per le sue interpretazioni franckiane ed il disco che trattiamo oggi, assieme agli altri due della serie, è stato tra i più apprezzati dalla critica e dal pubblico. In effetti bisogna dire che, a parte il fatto che queste sue incisioni furono le prime in assoluto a portare nel mondo discografico le musiche di questo autore, egli inaugurò anche per Franck una specie di "codex" univoco di esecuzione, che è stato considerato il primo passo verso la "corretta" interpretazione. Nel fascicolo a corredo del disco Marchal afferma che, avendo ascoltato le interpretazioni di questi brani da tre allievi di Franck (Mahaut, Marty e Tournemire) ed avendole trovate assai differenti l'una dall'altra, egli ha cercato di trovare un denominatore comune che ha individuato in "un certo tipo di tradizione". Questa tradizione Marchal la individua soprattutto nella scelta delle registrazioni, che egli afferma debbano essere il più possibile rispondenti all'estetica dell'organo francese romantico e che, soprattutto, debbano tenere in grande conto le caratteristiche degli strumenti che si utilizzano. A questo proposito, egli afferma che è necessario avere ben presenti le caratteristiche dell'organo di Franck (Sainte Clotilde) per poter arrivare ad ottenere un risultato il più possibile rispondente all'ideale dell'autore. Per esemplificare, sempre nel testo a corredo del disco, Marchal spiega alcune sue scelte dettate dalle differenti caratteristiche dell'organo di Saint Eustache rispetto a quello di Sainte Clotilde come, ad esempio, suonare sull'Eco alcuni passaggi previsti da Franck al Recitativo (per via della grande sproporzione tra il Recitativo tipo "cattedrale" di Saint Eustache rispetto a quello, più esiguo, di Sainte Clotilde) e di non utilizzare quasi mai l'unione tra Recitativo e Positivo prevista da Franck per evitare la disuniformità di suono causata dalla grande distanza intercorrente tra i due corpi d'organo nell'organo di Saint Eustache. Molto interessante, sempre nel fascicolo a corredo, è la precisa specificazione delle registrazioni utilizzate (questa caratteristica, presente per la prima volta nel panorama discografico fu introdotta proprio dalla Erato), un vero e proprio "vademecum" per capire la metodologia della registrazione adottata da Marchal, che prevede per queste incisioni quella che in seguito verrà chiamata "registrazione a blocchi", cioè con gruppi di registri ben definiti e ricorrenti per determinate sezioni della partitura. Interessante notare, a questo proposito, che egli nel blocco dei "Fonds" non inserisce mai i Flauti così come calibra sempre molto accuratamente le varie tessiture del Plein Jeu (Mixture e Cymbale, escludendo -salvo che nel "tutti"- le Fournitures) così come non vengono mai utilizzate le Super e le Subottave. Il risultato è un'interpretazione molto "chiara", senza gli appesantimenti timbrici propri dell'arte organistica squisitamente romantica, che illumina di una luce quasi "classica" le opere di Franck rendendole particolarmente accattivanti e "riagganciandole" alla tradizione più propriamente "francese". Un analogo procedimento (ottenuto però con diverse metodologie e con risultati "discutibili" ma molto efficaci) verrà poi applicato alla musica organistica di Franck interpretata trentadue anni dopo da Jean Guillou nella sua integrale, sullo stesso organo "rinnovato" da Van den Heuvel nel 1989.
L'organo della chiesa di Saint Eustache di Parigi è noto a tutti gli appassionati di organaria e la sua attuale conformazione, frutto di diverse modifiche -anche molto recenti- volute da Jean Guillou, lo rende uno dei migliori e più moderni strumenti francesi di oggi. Quello che si può ascoltare in questo disco, invece, è il "vecchio" Ducroquet-Barker del 1854 modificato dapprima da Merklin nel 1871 ed in seguito, tra il 1927 ed il 1932, "rivisto e corretto" da Gonzales adottando alcuni "suggerimenti" dello stesso Marchal tra cui, anche, l'adozione della trasmissione elettrica.
Le registrazioni, come abbiamo già detto, sono state effettuate nel 1958 in modalità monoaurale ma con l'impiego di attrezzature tecniche per quei tempi all'avanguardia. La presa di suono, compatibilmente con le tecnologie di allora, è molto buona (ovviamente, dimenticatevi una risposta in frequenza 20-20000 Hz; dovrete accontentarvi di una qualità poco più che "radiofonica") con una presenza molto spiccata dell'organo ed un ambiente particolarmente "giusto" in cui risaltano molto bene le caratteristiche di "chiarezza", soprattutto per i Ripieni, sempre volute e ben realizzate dall'organista.
Molto elegante la veste grafica e di assoluta rilevanza (si tratta delle primissime edizioni discografiche che lo presentano) il fascicolo interno a corredo (quattro facciate che equivalgono ad un Booklet CD da 8 pagine) dove sono presenti un testo introduttivo di Norbert Dufourq (uno dei più apprezzati organologi francesi del secolo scorso), le note biografiche dell'interprete, una nota storica sull'organo, la sua composizione fonica all'epoca, le note sulla registrazione di Marchal e, dulcis in fundo, l'elenco dettagliato di tutte le registrazioni utilizzate. Per quell'epoca, una vera e propria "chicca".
Un'ultima nota sulla reperibilità di questo disco. La casa discografica francese Erato ha operato, con alterne fortune, dal 1953 al 1992, quando è stata acquisita dall'americana Warner, di cui fa ancora oggi parte. Il periodo di maggiore fortuna è stato dalla metà degli Anni Cinquanta fino al 1973; in questo periodo la Erato è sempre stata una casa discografica di riferimento per la cura quasi maniacale delle sue incisioni, l'eleganza della proposta editoriale ed un "parquet" di musicisti dapprima solo francesi ed in seguito anche di fama internazionale tra cui, per ciò che riguarda l'organo, non solo Marchal ma anche altri grandi nomi francesi (Marie Claire Alain, Xavier Darasse, Olivier Messiaen e tanti altri). Attualmente il suo catalogo è incorporato in quello della Warner e comprende un ridottissimo numero di titoli. La vecchia produzione è ormai fuori catalogo da tempo e le incisioni di André Marchal non compaiono neppure più sul catalogo della Apex ("sottomarca" della Warner che raccoglie le vecchie incisioni anche della Erato). Se desiderate ascoltare questo -a nostro parere- importante ed interessantissimo disco (così come gli altri due di questa serie), armatevi di tanta pazienza e "battete" le bancarelle di vecchi dischi. Sarà dura ma, se riuscirete a trovarlo, non fatevelo scappare.


Spergher - Organ and Harpsicord Music
Organista/Cembalista: Chiara Minali
Organo Chiesa Parrocchiale di Paderno di Ponzano Veneto
Cembalo R.Mattiazzo 2008
Brilliant Classics - 3CD - DDD - 95834 - 2019

di Federico Borsari

 Disco Spergher Minali La bella produzione che trattiamo qui è dedicata ad un altro degli innumerevoli autori "minori" (ma non troppo) dell'organo settecentesco. Chi, come noi, approfondisce le vicende dell'organo europeo (e mondiale) sa bene che in ogni epoca, accanto ai "grandi", sia organisti che compositori, c'è sempre stata una vastissima rete di autori ed interpreti che non hanno avuto (a volte per manifesta inferiorità ma, molto più spesso, per mancanza di "occasioni") la possibilità di ampliare la loro sfera di attività -e, quindi. di "farsi conoscere"- al di fuori della loro realtà "locale". Costoro, le cui partiture -molto spesso di notevole interesse- dormono sonni più che tranquilli nelle spesso polverose biblioteche musicali, in molti casi furono musicisti di solida preparazione, con un background spesso molto ampio e diversificato, che si cimentavano in un'attività (quella di organista e maestro di cappella) che richiedeva loro di comporre non solo musica per l'organo ma, anche, per coro; molto spesso poi -come abbiamo già sottolineato in precedenti trattazioni- questi musicisti erano anche insegnanti (molti di loro, soprattutto nell'epoca che trattiamo oggi, furono gli iniziatori di scuole musicali che ancora oggi, molto spesso, esistono e che, in alcuni casi, si sono nel tempo trasformate in Istituti Musicali o, addirittura, in Conservatori) ed l loro campo d'azione non si limitava alla chiesa ed alla liturgia, bensì spaziava anche in altri generi molto "di moda" a quei tempi, come la musica pianistica, la liederistica, la musica per formazioni strumentali e, dulcis in fundo, la musica per i complessi bandistici, che allora -per la divulgazione musicale- erano i progenitori del giradischi, della radio, della televisione e dell'attuale Internet.
In alcune precedenti trattazioni abbiamo anche sottolineato come senza la presenza di questo ampio ed oltremodo vitale "sottobosco" musicale, la storia della Musica europea (in generale, non solo organistica) con tutta probabilità sarebbe stata ben poca cosa ed anche i "grandi" organisti e compositori non avrebbero avuto l'importanza che poi in effetti ebbero. Ma questo è un altro discorso.
Ignazio Spergher è uno dei tanti musicisti che oggi risultano quasi sconosciuti ai più ma che, in vita, godette di una notevole fama per una carriera musicale di ottima levatura, tutta svolta nella sua città, Treviso.
Nato nel 1734 da una famiglia di stirpe austriaca, dopo gli studi giovanili svolti presso i Padri Somaschi, iniziò gli studi musicali con Giambattista Tagliasassi, che era l'organista della chiesa di San Gaetano, per poi passare sotto la guida di Giordano Riccati.
Per comprendere bene quale tipo di formazione musicale Spergher abbia assunto da Riccati bisogna qui spendere qualche parola su questa figura molto importante della cultura "italiana" di quel tempo. Riccati era, oltre che Nobile, architetto, fisico, matematico e -come tante altre figure famose dei quel periodo- musicista. Egli svolse principalmente l'attività di architetto, progettando edifici di grande importanza, ma la sua cultura quasi enciclopedica in tante altre materie dello scibile umano lo portarono ad una celebrità che oltrepassò ben presto gli italici confini. Matematico di grande valore, fisico dalle geniali intuizioni e musicista di grande valore, ebbe moltissimi allievi, tra cui lo Spergher, a cui aprì le porte del contrappunto e delle teorie musicali a quei tempi più innovative (tra le quali quella, assolutamente rivoluzionaria e duramente contestata, sulle "dissonanze" di Padre Vallotti).
Forte di questa formazione musicale, Spergher divenne presto uno dei musicisti più apprezzati della sua città e fu proprio a lui che venne poi commissionato il "Requiem" cantato nella chiesa di SS.Quaranta in occasione dei funerali di Riccati nel Luglio 1790. Spergher assunse l'incarico di organista titolare presso la chiesa di San Nicolò e quello di Maestro di Cappella presso il Duomo, incarichi che svolse sempre con grande passione e dedizione. Contemporaneamente la sua fama di strumentista (cembalista ed organista) crebbe molto e ricevette diversi apprezzamenti e lodi anche di altri musicisti. Spergher esercitò anche con molta assiduità di insegnante e tra i suoi allievi si possono contare diversi musicisti della Marca Trevigiana che si distinsero poi nell'Ottocento. Spergher muore, amato e rispettato da tutti, nella sua Treviso nel 1808 e viene sepolto nella chiesa di San Nicolò, dove era stato organista.
Fino a pochi anni fa la produzione organistica conosciuta di Ignazio Spergher contava pochissimi titoli, tra i quali dodici sonate, erroneamente contraddistinte dal numero d'opus 1 (in effetti a questo numero ne corrispondono solo sei) e qualche brano singolo. A complicare le ricerche anche il fatto che molte sue opere conservate nella Biblioteca dell'Università andarono perdute sotto i bombardamenti alleati del 1944. Per la ricostruzione del repertorio di questa produzione discografica ci si è quindi affidati a diverse biblioteche (tra cui anche la Staatsbibliothek di Berlino), a biblioteche di Fondi Musicali Privati ed a diversi manoscritti reperiti nella Biblioteca Municipale di Treviso.
Nei tre CD contenuti nel cofanetto troviamo, quindi, oltre alle "Sei Sonate Op. 1" in tre movimenti, altre "Sei Sonate Op. 6", anch'esse in tre movimenti, reperite a Berlino, una "Sonata" (in tre movimenti), una "Sinfonia" (anche questa in tre movimenti) ed un "Allegro" estratti da un manoscritto esistente presso la Biblioteca Municipale di Treviso. A questo si aggiungono poi "Nove Sonate" in un solo movimento, altre "Sei Sonate" in un solo movimento provenienti dal Fondo S.Maria Formosa, ulteriori "Tre Sonate", anch'esse in un solo movimento, provenienti dal Fondo Sartori e, in conclusione, una "Pastorale".
Abbiamo già sottolineato in diverse occasioni che al tempo di Spergher era ancora consuetudine per i vari musicisti italiani comporre indifferentemente per il cembalo e per l'organo e, in effetti, la maggior parte della produzione di quell'epoca poteva essere suonata indifferentemente sia al clavicembalo che all'organo poichè la tecnica esecutiva era fondamentalmente la stessa e solamente con l'avvento del fortepiano le strade dei due strumenti si separarono per prendere direzioni diverse anche se, come ben dicevano i vecchi insegnanti d'organo, se vuoi suonare bene l'organo devi saper suonare il pianoforte mentre, viceversa, per suonare bene il pianoforte non è necessario saper suonare l'organo. Il repertorio di Spergher non è quindi diverso da quello dei suoi contemporanei e tutta la sua produzione maggiore può essere interpretata sia al cembalo che all'organo; fanno eccezione le Sonate che riportano espressamente la dicitura "per Organo", che sono tutte composte da un solo movimento ma che, fondamentalmente, sono tempi di sonata singoli, formalmente uguali a quelli delle altre sonate (Allegro, Andante, Rondò, Cantabile, ecc.) e che devono forse la loro destinazione strumentale al loro probabile utilizzo in un ambito più vicino alla musica sacra. Con ottimo gusto e scelta, Chiara Minali divide il repertorio tra i due strumenti, destinando al cembalo le Sonate Op. 6 (quelle reperite a Berlino) ed i brani ritrovati ancora in manoscritto a Treviso, lasciando il resto (le Sonate Op. 1, le Sonate "per organo" ed i brani rimanenti) all'organo.
Stilisticamente, le Sonate di Spergher non si discostano da quelle dei suoi contemporanei e ne ricalcano fondamentalmente lo spirito, con il "classico" tempo lento incuneato tra due tempi veloci; non mancano i Rondò, proposti qui principamente come tempo lento e mai, a differenza della tradizione di quel tempo, come tempo finale di Sonata. Brillantezza ed inventiva di carattere improvvisativo -con idee tematiche e ritmiche spesso ricorrenti- e temi spigliati e coinvolgenti caratterizzano gli Allegro mentre gradevoli spunti melodici danno buon spessore ai tempi lenti ed ai Rondò. Gli sviluppi armonici sono essenziali e ben costruiti, con modulazioni sempre ben dosate e mai invadenti. Le Sonate "per organo" (quelle in un solo movimento) sono invece dei piccoli gioiellini che lasciano ampio spazio all'interprete per sfruttare al meglio le risorse foniche dell'organo utilizzato, facendo tesoro della tradizione musicale organistica veneta e delle sue specifiche e particolari caratteristiche. Nell'ampio panorama della Sonata settecentesca, ovviamente, Spergher non raggiunge, anche per via della sua "stanzialità", le vette artistiche di altri suoi contemporanei più noti e conosciuti; purtuttavia egli dimostra in queste sue composizioni una maturità musicale ed un'esperienza che gli consentono di ritagliarsi un posto di ottima rinomamza nell'ampio contesto di una tradizione musicale italiana solida e ben radicata, tradizione da cui, pochi decenni dopo, inizierà un nuovo cammino che porterà verso orizzonti e traguardi assolutamente nuovi.
Chiara Minali, di cui abbiamo già parlato QUI in occasione della recensione di una bella edizione delle Sonate di Benedetto Marcello, conferma anche in questo triplo CD le sue ottime qualità organistiche e cembalistiche con un'interpretazione attenta, pulita e molto curata anche nei più piccoli particolari. Spicca su tutto una notevole tecnica cembalistica (che qui fa la differenza anche all'organo) ed una particolare capacità di cogliere l'essenza dell'ispirazione dell'autore. Molto apprezzabile è, inoltre, la scelta dei registri, che abbiamo particolarmente gradito soprattutto nelle Sonate "per Organo" e nei brani specificatamente dedicati a questo strumento. Le ottime qualità musicali che questa giovane e brava interprete ci ha finora dimostrato in queste due belle produzioni dedicate alla musica veneziana del Settecento ci fanno molto ben sperare in future performances discografiche "aperte" anche a panorami musicali di più ampio respiro.
Il clavicembalo utilizzato per quest'incisione è stato realizzato da Roberto Mattiazzo nel 2008 ed è la copia di un Giusti 1681. L'organo scelto per le registrazioni, invece, è uno strumento originariamente costruito da Giacomo Bazzani nel 1845 per la chiesa parrocchiale di Paderno di Ponzano Veneto. Di carattere spiccatamente "veneziano", quest'organo, poi ampliato (nel 1903) da Aletti ed infine restaurato da Zanin nel 1997, presenta due tastiere di 56 note che azionano un Grande Organo ed un Positivo Laterale ed una pedaliera retta di 30 note; le manette dei registri (in forma "spezzata") sono trentadue e corrispondono a venticinque registri reali. Base di 8 piedi, piramidi del Ripieno, rispettivamente, fino alla Trigesimaterza al Grande Organo e fino alla Vigesimaseconda al Positivo, ottima dotazione di flautati nelle classiche tessiture (in Ottava e in Duodecima, manca un Flauto di 2 piedi) e differenziazione delle ance che vedono la classica Tromba al Grande Organo ed i tradizionali Tromboncini veneti al Positivo; non mancano la Voce Umana al Grande Organo ed il Cornetto (o Cornetta) ad entrambi i manuali. Soliti Contrabbassi, Ottave ed un bel Trombone al pedale, il tutto per un insieme fonico di estrema brillantezza e di grande carattere che esalta, letteralmente, le musiche di Spergher.
Le registrazioni sono state fatte, rispettivamente, nei mesi di Aprile 2018 (per l'organo) e di Luglio 2018 (per il cembalo). Al mixer il sempre impeccabile Federico Savio, che anche in questo caso si è occupato delle operazioni di editing e post-produzione. La presa di suono è, come sempre nelle performances di questo bravissimo tecnico del suono, ottima e veramente di grande impatto sia per il cembalo che per l'organo, di cui Savio riesce a cogliere anche i più sottili "respiri" senza mai peraltro perdere di vista un risultato complessivo di grande equilibrio e fedeltà timbrica. Forse è una nostra impressione, ma ci pare che per la registrazione dei brani più propriamente "organistici" Savio abbia adottato un "ambiente" leggermente più "dolce" rispetto al resto dell'incisione; a parte questa nostra impressione, sicuramente, il livello tecnico di questa produzione discografica è di altissimo livello.
Molto buona la veste grafica sia del cofanetto che del libretto a corredo, che contiene, oltre alla canonica lista dei brani, un'approfondita trattazione della figura e dell'opera di Ignazio Spergher a firma di Giuliano Simionato, la descrizione dettagliata dell'organo ed un'essenziale ma esauriente documentazione iconografica. Peccato che -ma lo abbiamo già sottolineato più e più volte anche in nostre precedenti recensioni di questa casa discografica- i testi siano in esclusiva lingua inglese. Autore italiano, musica italiana, interprete italiana, organo italiano, cembalo italiano, produzione italiana... testo inglese. Dobbiamo essere costretti a pensare che la musica italiana interessi di più al mercato estero?... Beh, forse è davvero così.

Flor Peeters - Organ Music
Organista: Roberto Marini
Organo: Kristus-Koningkerk di Antwerpen
Brilliant Classics - 2CD - DDD - 95637 - 2019

di Federico Borsari

 Disco Peeters Marini Abbiamo recensito in queste pagine diverse altre performances discografiche di Roberto Marini e sempre ne abbiamo sottolineato le grandi doti musicali ed interpretative; a latere di queste sue indiscutibili doti ne abbiamo apprezzata in particolar modo un'altra, quella di andare a cercare -e trovare- per le sue interpretazioni gli strumenti più adatti al repertorio ed all'autore. Ciò è palese in quasi tutta la sua produzione discografica (in particolar modo nell'integrale di Reger) ed anche in quella che trattiamo oggi. Per le musiche di Flor Peeters incise su questo doppio CD, Marini non solo si è scelto uno dei migliori organi fiamminghi ma, anche, uno degli strumenti più "vicini" all'estetica musicale dell'autore, molto simile a quello su cui lo stesso Peeters fu organista durante tutta la sua carriera.
Di Flor Peeters abbiamo già parlato ampiamente su questa pagina e dobbiamo dire che, a livello personale, consideriamo questo autore tra i migliori esponenti del Novecento organistico europeo. Non esistono molte incisioni discografiche (non più di 5 o 6) interamente dedicate a questo autore; oltre a queste sono, a nostro parere, assolutamente dirimenti e significative le tre incisioni (due LP del 1970 ed uno del 1976) effettuate dallo stesso Peeters alla consolle del "suo" organo di Mechelen, che mettono tre punti fermi sulla sua tematica compositiva ed interpretativa.
Quello che colpisce di più nella scelta del repertorio di questa incisione è l'assoluta mancanza dei "Corali", cioè di quei quasi duecento brani che Peeters, sia sotto forma di "Preludi al Corale" che di "Inni", ha dedicato alla liturgia. Se questa scelta può apparentemente denotare una preferenza dell'interprete per gli aspetti più "concertistici" della musica di Peeters, la mancanza di altri brani che solitamente gli organisti utilizzano a questo scopo (uno per tutti, il "Concert Piece", che in quest'incisione non c'è) ci fa riflettere sulle modalità che hanno guidato Marini nella scelta del repertorio. Scorrendo i titoli del disco possiamo vedere che il periodo preso in considerazione da Marini va dal 1925 ("Symphonic Fantasy on an Eastern Gregorian Alleluia") al 1973 ("Paraphrase on Salve Regina"). Se noi pensiamo che dal 1973 al 1986 (anno della sua morte) Peeters produsse altre dodici composizioni per organo rispetto alle più di trecento precedenti, possiamo constatare che Marini ha voluto rappresentare in quest'incisione tutta la parabola artistica dell'autore che, come abbiamo sottolineato nella pagina a lui dedicata, ha effettuato un percorso che, partendo dal sinfonismo organistico delle origini, lo ha portato nel tempo ad affinare una tecnica compositiva che si è sempre più orientata verso un neoclassicismo che se nelle prime sue manifestazioni si "appoggiava" alle formule dei neoclassici tedeschi (nella Sinfonia per Organo del 1940 troviamo tutti -ma proprio tutti- gli spunti musicali che caratterizzano la Prima Sonata per organo di Hindemith, composta solo tre anni prima), successivamente ha cercato e trovato dapprima un punto di equilibrio per poi consolidarsi in un'estetica che approda ad un linguaggio del tutto nuovo ed assai caratterizzato dalle origini classiche della musica fiamminga. Non per nulla Peeters, che è universalmente considerato il più grande autore "belga" del Novecento, non ha mai rinunciato a definirsi, peraltro orgogliosamente, come musicista "Fiammingo".
E Roberto Marini rende un doveroso omaggio a quest'orgoglio aprendo l'incisione con la "Vlaamse Rhapsodie" (Rapsodia Fiamminga) che Peeters compone mentre si trova a Knokke (sul Mare del Nord) nel 1935 e dedica alla sua terra costruendo una magnifica serie di variazioni sul tema di una canzone popolare fiamminga ("Ik zag Cæcilia komen, langs enen waterkant"); sicuramente questo brano, che non è tra i più conosciuti a livello internazionale, è -oltre che un vero e proprio atto d'amore rivolto alla sua terra ed alle sue tradizioni- uno dei brani più entusiasmanti -e difficili- della produzione organistica di Peeters. Segue la "Suite Modale" del 1938, l'"Aria" del 1945 e l'"Elegie" del 1935 (dedicata alla memoria della madre). Si saltano poi trentotto anni e possiamo ascoltare la "Paraphrase on Salve Regina" del 1973, composizione assolutamente significativa dell'ormai raggiunta maturità artistica dell'autore, per poi passare alla "Lied Symphony", composta nel 1948 a seguito di una tournée effettuata l'anno precedente negli Stati Uniti e che si rivela un inno musicale di ringraziamento che l'autore dedica alla Natura ed al suo Creatore formato da cinque "quadri" musicali dedicati, rispettivamente, all'Oceano, al Deserto, ai Fiori, alle Montagne e, per finire, al Sole. Sicuramente una delle composizioni più intimamente "descrittive" che Peeters realizza in uno stile "evocativo" di grande suggestione e potenza immaginifica. Il secondo disco si apre con la "Toccata, Fugue et Hymne sur Ave Maris Stella", composta nel 1933 e dedicata a Charles Tournemire (di cui si possono percepire echi molto significativi) a cui segue un'opera ancora precedente, la "Symphonische Fantasie" sopra il tema gregoriano dell'Alleluia Pasquale, composta nel 1925 e dedicata da Peeters alla memoria del suo maestro Oscar Depuydt. I "Drei Preludien und Fugen" del 1950 sono dedicati al fratello Guido (valentissimo studioso e critico musicale) e testimoniano l'avvicinamento di Peeters alla musica modale, che egli utilizza qui come tonalità per i tre brani, rispettivamente costruiti sui modi Lidio, Dorico e Misolidio. Si ritorna poi indietro al 1929 con le "Variationen und Finale über ein altflämisches Lied", dedicate a Marcel Dupré e costruite sul tema del canto popolare "Leat ons mit herten reyne", per concludere con la "Sinfonia per Organo" del 1940, dedicata alla moglie, di cui abbiamo già sottolineato le origini tematiche e formali di carattere squisitamente hindemithiano.
Come si può vedere, il repertorio scelto da Roberto Marini per quest'incisione è una specie di percorso musicale attraverso la personalità (ed anche la persona) di questo grande compositore (che per pura sfortuna non siamo riusciti a conoscere di persona) e non deve ingannare l'apparente "saltabeccare" da un periodo all'altro poichè in questa incisione è sempre ben presente il "fil rouge" che unisce, spesso anche con più di un legame, queste composizioni che ci presentano una figura assolutamente maiuscola dell'organo europeo del Novecento. Risaltano qui le origini squisitamente "sinfoniche" di Peeters, la sua costante ricerca di un linguaggio "nuovo" ma sempre ben connesso alla tradizione fiamminga, gli spunti derivanti dall'amicizia personale con gli altri grandi organisti e compositori europei del Novecento con cui egli era amico ed intratteneva una costante ed assidua corrispondenza, le suggestioni derivate dalle sue tournées statunitensi che gli consentirono di acquisire panorami musicali (e non solo musicali) di amplissimo respiro, un lavoro di appassionata e continua ricerca di un ideale musicale assolutamente personale e, infine, un grande amore per la sua terra, sempre ben presente in tutta la sua produzione.
Roberto Marini ci presenta tutto questo con l'accuratezza, la tecnica, la ricerca e l'appprofondimento che caratterizzano tutte le sue produzioni discografiche. Non dobbiamo qui ripetere le lodi che già ampiamente in passato gli abbiamo rivolto per la sua splendida musicalità, la sua perizia nell'"entrare" nelle pieghe più nascoste della musica e della sua capacità, straordinaria, di proporci sempre e comunque ogni autore nella luce più "giusta"; ci limiteremo a dire che anche qui, come in tutti gli altri suoi dischi, egli ci propone un "viaggio" che non va alla ricerca degli aspetti più virtuosistici e d'effetto ma, bensì, va a scoprire aspetti ben più profondi dell'ispirazione che li guida, ed alle -prevedibili- critiche che gli amanti della velocità e dello "spettacolo" fine a se stesso quasi sicuramente gli rivolgeranno (la sua Vlaamse Rhapsodie dura -esattamente- tre minuti in più di quella interpretata dallo stesso Peeters), egli risponde con una visione d'insieme accuratissima ed approfonditissima, presentandoci non una serie di brani slegati e disconnessi, ma un "percorso" musicale a tutto tondo in cui ogni cosa ha un suo perchè ed è strettamente interconnessa con il resto. In questi CD noi non ascoltiamo "alcuni brani" di Peeters, bensì "la musica" di Peeters, che è tutt'altra cosa.
Abbiamo citato in apertura l'ottima scelta dello strumento per la realizzazione di quest'incisione. Sicuramente la predilezione per l'organo della Kristus-Konigkerk di Anversa è stata guidata dalla volontà di rappresentare al meglio il percorso musicale che caratterizza la produzione di Peeters e, aggiungiamo noi come parere personale, ci pare che questa scelta sia stata davvero ottima. Si tratta di un grande strumento, realizzato da Klais nel 1930, che conta quattro tastiere e pedaliera (come quello di Mechelen, leggermente più grande e realizzato quasi trent'anni dopo, nel 1958, da Stevens) e 72 registri nominali, pari a 98 reali (quello di Peeters a Mechelen ne conta invece 83 nominali, pari a 118 reali). Nonostante i trent'anni di differenza che intercorrono tra i due organi, quello che appare evidente e che li accomuna è la disposizione fonica, ricca di fondi possenti e robusti, Ripieni di spiccato carattere e brillantezza, ancie di grande sonorità e molto ben calibrate ed un'abbondante dotazione di mutazioni semplici e composte (Terze, Quinte, Sesquialtera, Cornetti) a tutte le tastiere che gli consentono di rappresentare al meglio le caratteristiche di un repertorio che necessita di strumenti timbricamente molto "completi" per poterne rappresentare al meglio tutte le caratteristiche e potenzialità. Dalle prime impressioni d'ascolto di questo organo, esso ci sembrerebbe leggermente più "pesante", soprattutto per ciò che riguarda gli insiemi, rispetto a quello di Mechelen (che abbiamo a suo tempo avuto modo di provare e che, a nostro parere, mostra una "chiarezza" maggiore ed una più spiccata impostazione "neoclassica") ed un carattere molto "germanico" e vicino a quello del Klais 1937 della Cattedrale di Gent, molto più grande ed articolato e che, a suo tempo, avevamo trovato veramente "difficile" da "guidare" anche per via della grande distanza tra la consolle ed i vari corpi d'organo. Al netto delle considerazioni personali, comunque, l'organo scelto da Marini per quest'incisione, pur rivelandosi più affine alla musica del Peeters "giovane", presenta tutte le caratteristiche per descrivere pessochè alla perfezione un repertorio che racchiude in uno stesso autore le diverse tendenze organistiche del Novecento ed è stato molto gratificante per noi, in un panorama organario europeo ormai dominato da un neoclassicismo persin troppo "spinto", ascoltarne le sonorità ampie, piene, robuste e magistralmente amalgamate così come le voci solistiche di grande carattere, personalità e suggestione.
Le registrazioni sono state effettuate nel mese di Novembre 2017 con alla consolle di mixaggio Marien Stouten, che alle attività di organista (diplomato a Gent con Michiels, è titolare alla Nicolaaskerk di Brouwershaven, in Olanda), direttore di coro, docente di organo e produttore musicale affianca anche quella di valente tecnico del suono, che svolge anche nel campo della realizzazione di organi virtuali per la "Voxus Virtual Organs", ditta olandese da lui fondata nel 2009 insieme ad altri due amici (Bert-Jan de Waard e Roland van den Berg) e che ha realizzato importanti ed apprezzatissime versioni "virtuali" (da utilizzarsi con "Hauptwek") di grandi strumenti tra cui il Muller 1738 di Haarlem (Olanda) e lo Stahlhuth-Jann 2002 di Dudelangen (Lussemburgo). Da buon organista, Stouten riesce a cogliere qui tutte le caratteristiche timbrico-foniche dell'organo con un'ottima presa di suono e con una fedeltà di "sostanza", sia per gli insiemi che per le varie voci solistiche, molto accurata, con un "ambiente" ed una "presenza" veramente apprezzabili. Il lavoro di editing e realizzazione dei masters è stato poi effettuato in Italia dal nostro Federico Savio, con la sua nota e consueta alta perizia ed abilità; il risultato finale, a nostro parere, è veramente eccellente.
Molto apprezzabile, infine, la veste grafica, che comprende un libretto a corredo di sedici pagine con note sul repertorio di Roberto Marini, descrizione accurata dell'organo, consuete note biografiche sull'interprete (tutto in lingua Inglese ed Italiana) ed un'essenziale iconografia.
Si tratta di una produzione importante, di grande valore e di altissima qualità, che va ad arricchire in modo oltremodo significativo il panorama discografico internazionale con un imperdibile contributo alla conoscenza di un autore che, nonostante sia molto conosciuto, non è stato finora valorizzato a sufficienza. Riteniamo questo doppio Cd assolutamente fondamentale per la nostra -e per la vostra- discoteca.

Graziano Fronzuto - Opere per Organo
Organista: Paolo Bottini
Organo: Chiesa dei SS.Tommaso e Andrea di Pontevico
Fugatto Records - CD - DDD - FUG 076 - 2019

di Federico Borsari

 Graziano Fronzuto Opere per Organo Con grande piacere abbiamo ricevuto, ed ascoltato, questo disco che porta -finalmente- alla ribalta un pregevole autore italiano che fino ad oggi era rimasto "sottotraccia" ma che merita ampiamente di essere considerato. Graziano Fronzuto è prima di tutto un amico, con cui abbiamo condiviso anni di vicende anche personali e famigliari, nei confronti del quale nutriamo grande stima per un lavoro paziente di ricerca organologica che si è concretizzata qualche anno fa con la pubblicazione di un'importante opera dedicata agli organi della città di Roma (ne abbiamo parlato in questa recensione) ma, oltre a quest'importante aspetto della sua attività organologica, ha sempre coltivato con passione l'attività più concretamente musicale sia come organista che come compositore ed in diverse occasioni abbiamo parlato, durante i nostri incontri, del fatto che sarebbe stata una buona idea dare un senso compiuto a quest'attività musicale incidendo le sue opere. Oggi, grazie a Paolo Bottini, questo autore rende "tangibile" (nel senso di apprezzabile con l'ascolto) una parte della sua produzione organistica che, come apparirà subito evidente ascoltando i brani incisi nel disco, rivela caratteri di assoluta solidità, grande ispirazione ed assoluta padronanza della tecnica compositiva.
Si tratta di un'antologia (la produzione musicale di Fronzuto è assai più ampia e corposa) che ci offre diversi spunti di considerazione e che spazia attraverso venticinque anni di attività durante i quali l'autore, senza mai perdere di vista una concezione basilarmente "moderna" della musica organistica, ne esplora diversi ambiti concettuali che utilizza per dare origine ad un linguaggio molto personale, a tratti sinceramente "intimistico", in cui una solidità di grande tradizione (le caratteristiche formali delle Sonate organistiche di Rheinberger sono ricorrenti e sempre molto ben citate) forma la base per sviluppi che attraversano l'ampio panorama del Novecento organistico europeo. Nelle composizioni di Fronzuto si affacciano stilemi di estrazione hindemithiana, echi della musica seriale, l'utilizzo di un cromatismo sempre ben dosato e mai esasperato, accenni di politonalità, delicati richiami all'atonalità, una robusta tecnica polifonica e, sopra a tutto questo, una vena ispirativa che non si lascia mai sedurre dal facile effetto, dalla ridondanza e dall'autoreferenzialità. Anche nelle pagine più intense e potenzialmente impattanti dal punto di vista musicale, Fronzuto non forza mai la mano, non abbandona la strada maestra della forma-contenitore entro cui tutto il materiale musicale deve essere ben ordinato, sistemato e realizzato. Non troverete in questo disco neppure una "Toccata alla francese" (anche se, come organista, Fronzuto le sa eseguire assai bene); alle eclatanti declamazioni dell'estetica otto-novecentesca francese, l'autore preferisce le architetture musicali della scuola organistica germanica, dove è la ricerca della novità all'interno della tradizione che gestisce gli sviluppi e ne governa le evoluzioni. Ovviamente, ed in questo Fronzuto è particolarmente bravo, non manca un tocco squisitamente "italiano", che consiste nella profondità dell'ispirazione, nella dolcezza dei cantabili e nella sobrietà quasi "lirica" di linee melodiche che prendono spunto ed origine dalla grande scuola organistica italiana del Novecento e che, mutuate ed inserite con grande sapienza in un contesto musicale di notevole compattezza, lo rendono oltremodo gradevole e, a tratti, anche affascinante.
A tutto questo si unisce, inoltre, una profonda conoscenza della "macchina organo", di cui Fronzuto conosce tutte le particolarità e caratteristiche grazie al suo lavoro di ricercatore e "catalogatore" non solo della miriade di strumenti della sua città, Roma, ma di tutta Italia ed Europa ed appare evidente che la sua produzione musicale deriva da una spiccata predilezione, da una parte, della scuola germanica del Novecento, ricca nel contempo di tradizione ed innovazione, e l'organaria italiana dell'organo riformato, di cui molto spesso oggi non si riconoscono i meriti. Ruolo fondamentale nella sua musica, infine, lo gioca la diretta discendenza dalla scuola musicale Gaetana e non a caso due delle figure ricordate nelle sue dediche sono Franco Michele Napolitano e Stefano Romano.
Come abbiamo detto, quest'incisione è un'antologia della produzione di Graziano Fronzuto e le opere sono state scelte per rappresentarcene un panorama temporalmente ampio e sufficientemente rappresentativo. Il disco si apre con la "Sonata", composta in memoria di Franco Michele Napolitano e dedicata all'organista Maurizio Rea, che l'ha eseguita in prima assoluta a Napoli nel 2010 in occasione del cinquantesimo anniversario della morte di Napolitano. In questa Sonata di ampie proporzioni e grande respiro (oltre venti minuti di musica) Fronzuto prende come impostazione formale le grandi sonate di Rheinberger e vi costruisce sopra cinque grandi movimenti in cui esprime molte delle sue "idee" musicali, dall'iniziale "Fantasia", in cui possenti architetture accordali di notevole impatto si alternano con episodi contrappuntistici di forte intensità intervallati da momenti di sospesa estaticità, fino all' "Introduzione e Fuga" finale, che dimostra la notevole capacità di trattamento del materiale tematico da parte dell'autore e la sua perizia nel procedimento contrappuntistico (molto interessante l'utilizzo per la parte finale di frammenti di soggetti e controsoggetti che vanno a formare una specie di grande "stretto" multitematico che, dopo un inciso squisitamente melodico, si chiude con un finale in fortissimo). L'"Andante", di carattere meditativo e squisitamente cantabile, esplora alcune interessanti sfaccettature della politonalità e richiama da vicino i procedimenti di alcune scuole organistiche europee di avanguardia (quella del Novecento) mentre il "Notturno" si dimostra, a nostro parere, una vera e propria "chicca" in cui sopra un'atmosfera oniricamente sospesa su di un bordone dissonante ed un ostinato di tre note ossessivo e quasi straniante "galleggiano" temi che scompaiono e poi riappaiono nelle diverse tessiture, apparentemente estranei tra di loro ma che quando si incrociano si rivelano figli della stessa ispirazione.
La "Fantasia Brevis", composta nel Dicembre 1983, è dedicata al Padre Domenicano Thierry Haenni che a quell'epoca era a Roma presso il Convento di Santa Maria sopra Minerva e che fu teologo, ricercatore e musicologo ed il brano fu composto espressamente per l'organo Bossi 1909 di quella Basilica. In questa breve composizione si scopre il profilo di un Graziano Fronzuto curioso ricercatore di linguaggi nuovi e più spiccatamente personali rispetto alla produzione degli anni precedenti e che riesce a "compattare", in un brano relativamente breve, diversi discorsi musicali che potrebbero essere sviluppati molto più ampiamente ma che qui l'autore condensa in "idee" concettuali esponendole quasi come aforismi ed affidandole ai registri ad ancia dell'organo.
La "Passacaglia" è stata composta nel 2011 e dedicata a Giorgio Muto, organista, pianista, direttore di coro e -anche- musicista jazz. Il brano, che parte subito con la prima variazione senza l'esposizione iniziale del tema, si presenta apparentemente in un ambito tonale definito che nelle variazioni successive, con un progressivo e graduale aumento del cromatismo, assume caratteristiche di spiccata modernità. Contrappuntisticamente molto ben strutturato, questo pezzo nel suo sviluppo si arricchisce di caratteristiche ritmico-timbriche molto interessanti, che in alcuni episodi rasentano il virtuosismo.
Il "Cantabile", che l'autore ha voluto dedicare a chi scrive nel Novembre 2008 in un momento difficile della vita, prende l'andamento e lo stile formale degli "Adagio" classici, direttamente ispirati dalle omonime composizioni orchestrali barocche e poi ripresi dalla scuola romantica (Rheinberger) con il pedale che sgrana un "pizzicato" violoncellistico, la mano sinistra che sviluppa l'accompagnamento armonico e la destra che "canta" la melodia. In questo brano è il cromatismo molto accentuato che ne caratterizza lo sviluppo sia melodico che armonico e le dissonanze, anche talora aspre, che lo caratterizzano lo rendono assolutamente interessante per le modalità con cui la linea melodica viene trattata con procedimenti di progressiva aumentazione e diminuzione che ne trasformano il carattere fino ad un inaspettato accordo finale di Fa Maggiore in posizione lata.
Lo "Scherzo", composto nel 2012, è dedicato al napoletano Giovanni Picciafoco, organista di ottimo valore ed allievo del grande Enzo (Vincenzo) Marchetti, che fu uno dei migliori esponenti della scuola organistica napoletana del Novecento. Questo brano, in rigorosa forma tripartita A-B-A, inizia con una figurazione di "ostinato" su cui si incastonano frammenti di melodia quasi atonali che si evolvono in crescendo verso un tema di canzone popolare a cui segue un delicato Andante Cantabile i cui temi, anch'essi arieggianti a melodie popolari, presentano alcuni inconfondibili stilemi della musica partenopea; la terza parte riprende ed elabora la prima arricchendola di ulteriori spunti melodici assai gradevoli. Sarà una nostra impressione, ma durante l'ascolto di questo brano, nel quale spicca un cromatismo assai interessante, certi incisi ci hanno richiamato alla mente le grida dei venditori napoletani (che peraltro erano già state trattate musicalmente da un altro splendido musicista partenopeo del Novecento, Jacopo Napoli).
Conclude il disco il "Preludio e Fuga", composizione molto recente (2017) che Fronzuto ha voluto dedicare all'interprete di questo disco, Paolo Bottini. In questo brano, che ci conferma ulteriormente le solide basi formali dell'autore, possiamo apprezzare l'approfondimento delle tematiche musicali che caratterizza la produzione di Fronzuto, che qui lascia evolvere quasi sottotraccia un cromatismo misurato per assumere linee di grande ampiezza in cui i temi (nel Preludio) assumono aspetti quasi rapsodici e ci riportano ad una magniloquenza importante e di grande spessore che spazia su ampi orizzonti ed apre diverse prospettive di ulteriore futuro sviluppo. La Fuga (che è in effetti un Fugato o, meglio, una serie di Fugati) rispecchia la stessa filosofia ed il suo tema, tonale, si sviluppa su calibrate e ben dosate iniezioni di cromatismo che non lo sconvolgono ma, al contrario, lo valorizzano in una luce che ci presenta un autore molto attento agli sviluppi e che presenta una grande maturità artistica.
Di Paolo Bottini, l'organista che interpreta queste musiche, abbiamo già ampiamente parlato su queste pagine e ne abbiamo sempre sottolineato la bravura, la tecnica e la perfetta padronanza dei vari strumenti su cui effettua le sue performances. Quello che ci preme, una volta di più, sottolineare è come egli, anche in questo caso, nutra sempre una sana curiosità ed un desiderio di esplorare orizzonti sempre nuovi. Sia che si tratti di avventurose riscoperte, di coraggiose trascrizioni o di nuovi orizzonti da esplorare, Bottini dimostra sempre una grande voglia di arricchire il suo (ed il nostro) orizzonte musicale ed anche in questo caso (le musiche di Graziano Fronzuto non sono facili da "introiettare") egli ci ha dimostrato come un bravo musicista riesca sempre -se lo vuole- a gettare il cuore oltre l'ostacolo. Noi conosciamo personalmente Graziano Fronzuto da molti anni e ne abbiamo seguito ed apprezzato "da vicino" l'evoluzione artistica; dobbiamo però dire che Paolo Bottini in questo disco non solo è riuscito a cogliere molto bene l'essenza di questi brani proponendoceli in modo ottimale ma, cosa molto più difficile, ha colto "l'anima" musicale dell'autore. Per un interprete questo è un valore aggiunto di grande importanza.
Vista la passione dell'autore per gli organi di Roma, di cui conosce alla perfezione storia, composizione, vicende, fatti e misfatti, ci aspettavamo che per quest'incisione venisse utilizzato uno dei tanti bellissimi strumenti capitolini. Apprendiamo dalle note del libretto a corredo che ciò non è stato possibile non solo a causa dell'indisponibilità dei vari Parroci ma, anche, per dissidi profondi che hanno causato contenziosi legali. Siamo molto dispiaciuti per questo, poichè il grande lavoro che Fronzuto ha portato avanti per valorizzare il patrimonio organario della Capitale avrebbe meritato lodi incondizionate e grandi riconoscimenti da parte della Curia Romana. D'altra parte non ci meravigliamo più di tanto per questi atteggiamenti poichè, come ben sanno gli organisti, i rapporti con i Parroci -soprattutto se questi ultimi considerano l'organo come un inutile orpello- sono sempre (a parte rare eccezioni che confermano la regola) a dir poco problematici. Si è dovuto, quindi, optare per uno strumento diverso e si è scelto il grande Mascioni della chiesa di SS.Tommaso ed Andrea di Pontevico, di cui abbiamo già parlato alcune volte in occasione di precedenti recensioni. Si tratta di un grande strumento, realizzato nel 2009, con tre tastiere e pedaliera che ad una base fonica spiccatamente "italiana" unisce anche una ragionevole numero di registri "coloristici" ed "orchestrali". Paolo Bottini, in questo disco, fa cantare i suoi quarantatre registri nominali, pari a cinquantadue reali, sistemati in due corpi contrapposti e ne valorizza in modo eccellente le potenzialità timbrico-foniche, particolarmente adatte a questo tipo di repertorio.
Le registrazioni sono state effettuate nel mese di Settembre 2018 e tutto il lavoro di presa del suono, editing, mastering e postproduzione è stato effettuato da Federico Savio, che è ormai considerato tra i migliori tecnici del suono italiani in assoluto e che anche in questa occasione dimostra ampiamente le sue grandi doti e la sua estrema professionalità.
Molto gradevole e sobria la veste grafica, con un libretto di otto pagine a corredo in cui possiamo apprezzare una presentazione del repertorio a cura dell'autore ed una bella descrizione dello strumento, tutto in lingua italiana. Curiosamente, e a nostro parere è una mancanza grave (a meno che non si tratti di un'espressa volontà dell'interessato), è assente il curriculum artistico dell'interprete. Molto ampia ed esaustiva la documentazione iconografica.
Si tratta, in conclusione, di una produzione discografica che presenta molteplici aspetti di interesse, soprattutto per il fatto che presenta agli appassionati di musica organistica una figura "nuova" dell'attuale panorama musicale italiano e, poi, per un repertorio veramente interessante che gratificherà sicuramente gli amanti della musica organistica contemporanea. Da non perdere.